Sui sentieri per l'Europa 2025
Gli eventi
Guidati da teologi, forestali, pescatori e appassionati, camminiamo dalla Carinzia alle Absirtidi alla ricerca di Europa. Noi e il pubblico, in cammino e in dialogo: a partire dall’esperienza del corpo - che cammina e vede, ascolta, tocca, danza, urla, scrive - e da uno spettacolo itinerante costruiamo insieme, qui e ora, nel margine, un’idea migliore di Europa.
L’enorme edificio della scuola navale dell’imperiale e regio esercito austro-ungarico, il nome di un sommergibilista jugoslavo che iniziò collezionando libri proibiti in fondo al mare per finire a morire partigiano sulle montagne della Bosnia… serve altro per iniziare un’avventura a cavallo tra realtà ed immaginazione?
Presso la foce della fiumara dove alla fine del XIX secolo gli austro-ungarici avevano costruito un porto per il traffico del legname andato poi in disgrazia a causa dell’invenzione di un confine etnico di odio e violenza, oggi rimangono solo due fatiscenti gru montacarichi, qualche gabbiano e un tipo stralunato che farfuglia: “È qui, è qui… è qui che Medea ha rivisto il mare!”
Lipa nelle lingue slave sta per tiglio, e il tiglio in molte culture slave ha valenze sacre. Lipa però è anche un villaggio dove il 30 aprile 1944 i nazifascisti massacrarono 287 civili inermi. Oggi rimangono i resti di alcune delle case date alle fiamme e un museo, un museo meraviglioso voluto, realizzato e gestito da persone meravigliose, e la sensazione è che almeno qui il sacro abbia vinto sull’orrore.
Si dice che la notte prima della battaglia l’imperatore Teodosio si fosse raccolto in preghiera su queste alture e avesse avuto visioni. Si dice anche che contemporaneamente nella chiesa di Hebdomos a Costantinopoli un demone preannunciasse la sconfitta del paganesimo, ma vista l’impossibilità di ulteriori accertamenti, ci accontentiamo di riportare un pò di Bisanzio sulle rive dello Hubelj.
La forma del paese abbarbicato sul colle, o che è lo stesso, la forma del colle col paese, e gli altri pendii, e gli altri colli tutt’attorno, ha l’immediatezza di un’intuizione, la forza di una visione. Come se suggerisse la realtà del mondo oltre ogni discorso, ogni retorica, e su tutte oltre la retorica della nazione. Dove siamo? Di qua, di là? Ma che senso hanno qua e là quando il paese si sviluppa altrimenti, verso l’alto a guadagnarsi il sole, la vita, l'amore?
Venendo dall’Italia il valico del Rafut è doppiamente straniante: da una parte le sbarre e i casotti delle guardie di frontiera rimandano all’alterità jugoslava dell’altro ieri, così vicina e insieme così sfuggente, dall’altro dai boschi appena dietro spunta un minareto che non si capisce, che rimanda invece ad un’alterità altra, oltre i Balcani, al di là del mare, così lontana nel tempo da averci fatto dimenticare quanto le apparteniamo.
La chiesetta a dire il vero è dedicata a San Pietro e a San Biagio, ma per me fin dall’inizio è sempre stata solo di San Biagio. Se all’inizio pensavo fosse solo uno scherzo della memoria, ora che ho letto che il santo nacque a Sivas, l’antica Sebaste d’Armenia, al posto degli affreschi color pastello vedo all’improvviso la rena e l’indaco delle meraviglie del sultanato ikhanide, ancor più dietro il Matajur pare già Ararat e tutto torna.
Da queste parti è stato ammazzato Guido Pasolini e oggi come ieri le colline diventano pianura senza che ce ne si accorga. “Senza lo Judrio non potrai mai capire il confine orientale” mi aveva avvertito il signor Zoran alzando la testa dalla tazzina, la schiuma del cappuccino fin sotto al naso. Per più di un anno non ho seguito il suo consiglio e in effetti fin qui c’ho capito poco o nulla; ora quindi le aspettative sono alte, ma attorno a me è soltanto un grande, grande silenzio.
A metà strada tra il vecchio castello sul colle voluto dai patriarchi di Aquileia e quello nuovo giù in città dove al conte Coronini andò il pranzo di traverso alla notizia della rivolta contadina del 1713, c’è una bellissima biblioteca tutta bianca attorniata da betulle, nel piazzale una casetta in legno per i libri usati e sulle betulle una casetta in legno per gli uccellini.
Un tempo il Lendkanal collegava il Wörthersee fin dentro il centro città, fino alla piazza del mercato, e si dice che a trasportare mercanzie sulle sue acque vi fossero arrivati perfino alcuni gondolieri veneziani. Ora rimane solo una vecchia chiatta in disuso e una vaga sensazione di nostalgia, non si sa bene se per i veneziani, per gli sloveni di prima del plebiscito, o per gli ebrei prima dell’olocausto.
Appena accanto alla piazza, accanto alla strada principale che un tempo collegava Aquileia alle Germanie, c’è ancora una piccola corte tutta richiusa su se stessa, un cortile nascosto come a voler custodire un segreto. Ci puoi mangiare un’ottima zuppa di farro e se capiti in una serata d’estate senza troppi turisti puoi sentire il canto d’amore dell’assiolo.
Qui nel 1478 tra la Creta di Aip e lo Zuc de la Guardia le truppe ottomane di Skender Pascià si scontrarono con un contingente veneziano lasciando sul campo di battaglia le lance da cui il nome. Skender di cognome faceva Mihajlović, in turco Mihaloǧlu, era il discendente di un governatore bizantino convertitosi all’Islam, e tutto quassù conferma la leggenda.
"A Čepovan c’è un matto che organizza un festival di spettacoli, letture, musica, sculture in cui per qualche giorno ad est della Bainsizza torna a sventolare la bandiera jugoslava…” così il mio professore di antropologia teatrale all’Accademia Nico Pepe di Udine più di quindici anni fa. E ora che il matto è diventato un caro amico, finalmente a Čepovan ci siamo anche noi. Viva la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia! Viva Anton Špacapan!
In antico il nome era ad Aquae Gradatae, e a camminare sui mosaici della basilica di Sant’Eufemia coi motivi a pelte a riprodurre i segni delle onde marine sulla battigia in effetti tutto torna. Tutto a parte il destino della stupenda cattedra vescovile eburnea d’epoca bizantina proveniente da Alessandria d’Egitto che per secoli fu il vanto della città e che i più danno persa per sempre.
Qui nel 1478 tra la Creta di Aip e lo Zuc de la Guardia le truppe ottomane di Skender Pascià si scontrarono con un contingente veneziano lasciando sul campo di battaglia le lance da cui il nome. Skender di cognome faceva Mihajlović, in turco Mihaloǧlu, era il discendente di un governatore bizantino convertitosi all’Islam, e tutto quassù conferma la leggenda.
Gorizia italiana certo, eppure “Villa quae Sclavorum lingua vocatur Goriza” secondo il documento medievale che la cita per la prima volta. E in effetti basta salire su qualsiasi colle qui attorno per capire che è la geografia prima ancora della storia a fare di Gorizia anche Gurize, Gurissa, Gorica, Görtz. Ed è bello, è tutto bello quassù sul tetto della Transalpina dove con un solo sguardo pare di abbracciare tutta Europa, mare e continente assieme.
Gorizia italiana certo, eppure “Villa quae Sclavorum lingua vocatur Goriza” secondo il documento medievale che la cita per la prima volta. E in effetti basta salire su qualsiasi colle qui attorno per capire che è la geografia prima ancora della storia a fare di Gorizia anche Gurize, Gurissa, Gorica, Görtz. Ed è bello, è tutto bello quassù sul tetto della Transalpina dove con un solo sguardo pare di abbracciare tutta Europa, mare e continente assieme.